Il “tetto” degli studenti stranieri in ciascuna classe delle scuole italiane, massimo il 30% di alunni stranieri non parlanti la nostra lingua proposto dal governo, è il problema più grave della scuola italiana o è qualcosa d’altro? Certamente è una proposta, radicata in un sentire diffuso che legge la presenza dello straniero come un fattore di disagio, come un problema.
I “PRO”, sottolineati dal governo in carica, riguardano una migliore integrazione linguistica da parte degli stranieri, l’eliminazione di classi-ghetto, la possibilità di ritmi di apprendimento più omogenei e costanti, un processo più accelerato di assimilazione sociale e culturale per gli studenti provenienti da altri paesi.
I “CONTRO”, rimarcati dall’opposizione ma anche da associazioni e istituzioni, compresa la chiesa cattolica, sono il rischio di discriminazione e la violazione del diritto allo studio (garantito dall’articolo 34 della nostra Costituzione), la mancata valorizzazione della multiculturalità, le difficoltà logistiche in alcune aree del nostro paese ad alta concentrazione di stranieri.
Un dato che fa riflettere è che in nessun paese europeo è stato posto un tetto massimo, mentre stati come la Francia o la Spagna lavorano prevalentemente sulla formazione ed educazione linguistica degli studenti non madre-lingua, attraverso corsi intensivi o classi di accoglienza temporanee.
La scelta italiana di un tetto rigido, quindi la scelta di rinunciare al criterio della flessibilità o della gradualità, radicalizza il problema ma non lo risolve e, oltretutto, alimenta da parte delle famiglie l’opzione verso scuole private, nelle quali, a causa dell’onere della retta da pagare (e spero non per altri motivi) la presenza di alunni stranieri è limitatissima se non nulla.
A questo punto si apre la decisiva questione dell’INCLUSIVITÀ.
È ormai chiaro a tutti che il fenomeno migratorio massiccio ha creato e crea problemi nelle nostre scuole, è altrettanto chiaro che la multiculturalità è un valore indiscutibile che rischia però di rallentare o penalizzare alcuni percorsi di apprendimento; tuttavia, non si può barattare né tantomeno negare il valore dell’inclusività, dell’apertura, dell’accoglienza, dell’integrazione. Un “tetto” per definizione protegge chi si trova sotto di esso, ma esclude ed emargina chi sta fuori.
Una scuola che stabilisce un tetto diventa una scuola più protettiva per quanti rientrano nella percentuale stabilita, ma rischia di essere selettiva in ingresso, blindata e inquadrata entro certi confini che, per definizione, delimitano e allontanano.
Ogni bambino, di qualunque provenienza e colore della pelle, è una ricchezza e nello stesso tempo una scommessa da accettare. Quanti bambini italiani presentano difficoltà di apprendimento dovute a disturbi specifici, a retroterra familiari e culturali, a bisogni speciali: per i “nostri” alunni non mettiamo tetti, usiamo piuttosto il buon senso e ricorriamo a supporti esterni con forme di sostegno, con affiancamenti educativi e psicologici, con ricorso a consulenti e specialisti. Ecco, la stessa scelta andrebbe adottata per i bambini stranieri: non l’imposizione di tetti rigidi, ma buon senso e ricorso a supporti linguistici, culturali ed educativi.
Non si deve ignorare il problema o far finta che non esista, questo sarebbe un atteggiamento ipocrita e altrettanto dannoso; è il modo con cui si affronta il problema che la dice lunga sui valori e sui criteri che stanno alla base di una scelta.
È molto più facile escludere e porre paletti rigidi, è molto più complesso ma promuovente cercare e trovare soluzioni che garantiscano i diritti di tutti, non creino discriminazioni e favoriscano la piena integrazione anche di questi nostri figli “stranieri”, degni dello stesso amore, considerazione e attenzione che nutriamo per i nostri figli.





